05 NOV

2018

Asset Class , Florence Pisani , Macro

Le elezioni di midterm: un non-evento per l'economia americana?

Cruciali, ma davvero? Le elezioni di metà mandato sono sempre più vicine, e portano con loro moltissimi interrogativi, in particolare sulle poste in gioco macroeconomiche. Come si presenta l'economia americana alla vigilia delle elezioni? Il loro risultato segnerà un punto di svolta per l'economia del paese? Il punto con Florence Pisani, Global Head of Economic Research.

Alla vigilia delle elezioni di metà mandato, l’economia americana continua a a sorprendere in positivo. Al 3,7%, il tasso di disoccupazione ha da poco raggiunto il minimo dalla fine degli anni sessanta. E la crescita di oltreatlantico può senz'altro suscitare invidia su questa sponda: dopo avere registrato un incremento su base annua del 4,2% nel secondo trimestre, il PIL è cresciuto ancora del 3,5% nel terzo. Gli Stati Uniti sembrano addirittura sul punto di sperimentare la più lunga fase di espansione dalla metà del XIX secolo: da poco entrati nel 113° mese consecutivo di crescita, ormai non sono molto lontani dal record di 120 mesi registrato nel periodo della "Grande Moderazione" degli anni novanta. Questi numeri impressionanti non devono però mascherare realtà che non lo sono altrettanto: la ripresa avviata dopo il 2009 è stata la più fiacca di tutto il dopoguerra (con una crescita due volte meno veloce rispetto a quella degli anni novanta) e nessuno dei problemi strutturali che affliggono l'economia americana (disuguaglianze, ridotto aumento di produttività, traiettoria inquietante del debito pubblico…) sta per essere risoltoi. Peggio, la politica di bilancio dell'attuale amministrazione lascerà il segno: mai in tempo di pace il peso del debito federale era stato così elevato e, in prospettiva, sarà ulteriormente aggravato dall'invecchiamento della popolazione e dall'aumento dei costi sanitari.

Certo, a più breve termine la resilienza dell'economia e una politica monetaria ragionevole inducono a credere che, salvo incidenti, il rallentamento della crescita nel 2019 sarà graduale. Premere contemporaneamente il freno e l'acceleratore, come fa Donald Trump, non è comunque il modo più sicuro per garantire la sostenibilità di questa ripresa. A detta del Presidente americano, l'alleggerimento del carico fiscale sulle imprese sarebbe servito a stimolare gli investimenti produttivi. Ma ciò non è accaduto: nella prima metà dell'anno, le imprese hanno sfruttato la riduzione delle imposte essenzialmente per procedere al riacquisto di azioni proprie, ed è poco probabile che il clima d'incertezza determinato dalla politica commerciale dell'amministrazione le induca a investire molto di più nei prossimi mesi. I numeri del terzo trimestre indicano del resto una perdita di slancio degli investimenti produttivi. Ora, senza investimenti sarà difficile registrate altri aumenti di produttività. Il compito della banca centrale sarà così ancora più delicato. Certo, il tasso di partecipazione della fascia centrale di popolazione maschile in età da lavoro (tra i 25 e i 54 anni) potrà aumentare ancora un po', come ha fatto quello della popolazione femminile, ma senza incrementi di produttività la Fed non avrà altra scelta che continuare a tenere a freno la crescita! E accusarla di mettere in pericolo l’economia aumentando i tassi non cambierà le cose…

Salvo sorprese, il risultato delle elezioni di metà mandato ha poche probabilità di modificare questo trend economico nel breve termine. La politica commerciale dipende in grande misura dalle prerogative del Presidente. Se dovessero avere la meglio i Democratici, potrebbero eventualmente decidere di non votare il nuovo accordo commerciale con il Messico e con il Canada (il "Nafta 0.8", come si divertono a chiamarlo i suoi oppositori) ma, al di là di un'opposizione di parte, non si capisce bene che interesse avrebbero a farlo. Sul fronte del bilancio, una vittoria dei Democratici potrebbe forse aprire la strada a un piano infrastrutturale (anche se non è detto che abbiano interesse a sostenere un'iniziativa che potrebbe aumentare le chance di una rielezione di Donald Trump). Una vittoria dei Democratici metterebbe invece fine al progetto di "riduzione delle imposte 2.0" auspicato dai Repubblicani, e probabilmente scatenerebbe un dibattito burrascoso sull'aumento del tetto del debito in primavera.


i Su questo punto si rimanda ad Anton Brender e Florence Pisani, L’économie américaine, ed. Repères La Découverte (2018).