In queste ultime settimane abbiamo assistito ad una tendenza rialzista dei tassi nei mercati sviluppati, in particolare negli Stati Uniti. Le voci di una possibile linea dura della Federal Reserve non sono necessariamente notizie dell’ultima ora, né lo è la possibilità che la Fed possa alla fine aumentare i tassi dopo l’esito delle elezioni statunitensi. Tuttavia, l’aumento recente ha impattato perlopiù i tassi di interesse di più lunga scadenza, mentre l’estremità breve della curva rimane saldamente fissa, causando un’impennata della curva statunitense (vedi grafico sotto). Il motivo di questo è principalmente l’aumento dell’inflazione.

La curva dei titoli del tesoro statunitense (LuglioVs oggi)

Le tendenze reflazionistiche impongono una short duration ai mercati dei paesi sviluppati

Ciò che all’inizio era semplicemente il risultato degli effetti di base e della stabilizzazione del prezzo del petrolio ha preso ora corpo come una tendenza più ampia. Di fatto, l’aumento salariale sembra essersi finalmente concretizzato negli Stati Uniti, mentre l’incertezza macro-economica sta venendo meno (come illustrato dai dati resilienti relativi all’occupazione). Mentre l’Europa sembra rimanere indietro rispetto agli U.S.A. in termini relativi, il quadro rimane incoraggiante a confronto con la storia recente. Anche nel Regno Unito, dove la questione della “Brexit” continua ad avere ripercussioni sui mercati, il drastico declino della Sterlina fa sì che il paese importi inflazione rapidamente.

Swap sul tasso d’inflazione a lungo termine 

Queste forti tendenze reflazionistiche hanno buone probabilità di esercitare effetti significativi sui tassi dei mercati sviluppati, dopo un lungo periodo di tassi d’interesse a zero e politiche monetarie non convenzionali. Se il calo dei rendimenti è stato drastico e acuto (il che ha portato a valutazioni carenti), l’andamento contrario avrà piuttosto una natura verosimilmente volatile e improvvisa. Tenendo ciò presente, un’esposizione di durata più breve alle curve dei mercato sviluppati si rivela opportuna in queste circostanze.

Le politiche accomodanti delle banche centrali sono ad un punto di svolta

La Federal Reserve ha adottato un atteggiamento eccessivamente cauto nel ciclo di normalizzazione della propria politica, ma anche i suoi membri più moderati riconoscono ora che un aumento dei tassi dovrebbe essere giustificato in base alle prospettive di crescita e di inflazione. E, mentre i futuri aumenti saranno verosimilmente graduali, l’iter dei tassi d’interesse è chiaramente al rialzo. Al contempo, anche la BCE, che ha sempre dimostrato un atteggiamento molto accomodante, sta affrontando un dilemma. Il miglioramento dei dati è stato relativamente più lento, ma tuttavia significativo, tanto che la rilevanza dell’allentamento quantitativo (Quantitative Easing, QE) è stata recentemente messa in discussione. Nel Regno Unito, persino un evento catastrofico come la Brexit ha portato il governo a indicare la sua preferenza per un accomodamento fiscale piuttosto che per lo stimolo monetario. Nel complesso, l’allentamento della banca centrale sembra stia andando fuori moda, rafforzando la proposta della short duration. Ancora una volta, è importante mantenere la cautela e rendersi conto che non è verosimile che la BCE si ridimensioni a breve. E, alla luce del crollo dei prezzi dei titoli innescato dal “taper tantrum” di M. Bernanke, Draghi dovrà procedere molto attentamente. Inoltre, a mano a mano che si materializzano gli effetti della Brexit, il rischio politico riemergerà puntualmente. La gestione tattica rappresenta quindi la chiave in questo contesto in cui il rischio legato all’evento è chiaramente onnipresente.